Un corpo ripensato per un’arte che si ramifica dentro le spire emozionali, che mostra i tabù, che modifica gli andamenti neuronali. Un’arte che non vuole spettatori ma testimoni… complici.. Le vicende degli ultimi anni hanno affondato le loro ricerche proprio su quella dimensione corporale che agli inizi degli Anni Sessanta artisti, hyppies, astronauti e ribelli scoprono come territorio di riappropriazione e come luogo di mutazione. Corpo come soglia dell’autodeterminazione di una identità scelta e mutante. Corpo come piega di una rivoluzione bio-tecnologica, corpo come sangue, pelle, arti, sensi, ma anche corpo come paura, panico, angoscia, di pressione, tensione.. Un corpo alterato e modificato dalle mutazioni contemporanee, mutazioni sensoriali, cognitive genetiche, sessuali, tecnologiche. Un corpo rimodellato sulle proprie paure e sui propri desi-deri, un corpo che incarna il corpo sociale, che assomma i conflitti etnici, politici, bellici, un corpo che ha assorbito le radiazioni e le accelerazioni, un corpo che è divenuto una superficie da significare, tatuaggi, piercing, scarnificazioni, operazioni, menomazioni, marchi di un identità voluta, scelta, assoluta dalle nuove tecnologie della comunicazione e da un immaginario catodico e filmico che apre a nuove modificazioni e a nuovi territori corporali.

Questo lo scenario da cui si guarda il complesso e leggendario percorso di Rudolf Schwarzkogler, uno degli artisti protagonisti del Wiener Aktionismus. Gli Azionisti Viennesi (tra gli artisti della BodyArt, la corrente artistica che li ingloberà insieme a tutte le esperienze corporali degli Anni Sessanta/Settanta) incarnano i limiti massimi delle esperienze corporali, realizzando azioni con una marcata tensione verso la crudeltà, una crudeltà operata fisicamente verso se stessi e psicologicamente verso il pubblico. Con ancora come sfondo L’Espressionismo Austriaco, la potente metafora nevrotica dell’arte nella decadente monarchia austro-ungarica, agli inizi degli Anni Sessanta, a Vienna, si elaborano le estremizzazioni artistiche di Egon Schiele, le tensioni filosofiche di Ludwig Wittgenstein le rivoluzioni psicoanalitiche di Sigmund Freud. Tutto ciò concorre al formarsi dell’Azionismo Viennese, i cui esordi sono antecedenti alle esperienze performative della Body Art, e raggruppa Rudolf Schwarzkogler, Hermann Niltsch, Gunter Brus, Otto Muehl e Arnulf Rainer. II Wiener Aktionismus non fu un vero e proprio gruppo, non elaboreranno un manifesto né una poetica unitaria, piuttosto figure solitarie ed estreme di artisti che rap-presentano nelle loro opere l’angosciosa complessità di una vita ormai definitivamente compromessa dalle varie forme delle “malattie esistenziali”.

Al pari di Artaud vogliono provare tutte le possibilità che ci sono date di conoscersi per mezzo del corpo e della sua perlustrazione. La messa a nudo di questo diventa l’estremo tentativo di conquistare il diritto di metterci al mondo di nuovo. “Coloro che sentono dolore hanno bisogno di avere ragione”, scriverà Lea Vergine a proposito dei protagonisti della Body Art, degli artisti che hanno scelto il corpo come linguaggio, ed è proprio il senso profondo della crudeltà artaudiana una delle strade d’accesso dell’Azionismo Viennese, il cui protagonista è un essere umano completamente prigioniero del proprio corpo, un corpo disumanizzato dalle violenze esteme. Iniziano così una serie di azioni scandalose e irritanti che mettono in scena, o nelle strade della Vienna perbenista, i tabù più nascosti e segreti e coinvolgono il pubblico in una dimensione visiva, mentale e corporale assolutamente intollerabili: quello degli Azionisti Viennesi è un corpo costretto a mortificarsi, umiliarsi, lacerarsi, automutilarsi, per togliersi definitivamente di dosso la pelle di borghese perbene.

Rudolf Schwarzkogler è nato a Vienna nel 1940, dove è morto, suicida, nel 1969, dopo una crisi depressiva provocata da una drastica dieta dimagrante. Sulla sua vita e sulla sua morte, nel corso degli anni, si sono succedute varie versioni, sono molte quelle che lo vogliono suicida in un’azione di autocastrazione, altre quelle che parlano della sua morte in conseguenza ad una performance in cui si “toglie” la pelle in pubblico lembo a lembo. Schwarzkogler è uno dei più complessi e citati artisti dell’Azionismo Viennese, realizza un inscindibile rapporto tra arte e vita, una vita e un’arte in cui il dolore, l’angoscia, il senso di impotenza, costituiscono la dimensione drammatica e asfissiante delle sue opere.

L’arte è per Schwarzkogler un “purgatorio dei sensi e una cura disintossicante” sostiene le ragioni dell’arte in una “rigenerazione della capacità interiore”. Le sue azioni, che divenendo sempre più crudeli ed estreme continuano a verificare e ad estendere il concetto di sopportabile, vengono fatte in privato e poi mostrate e documentate fotograficamente solo in ristretti circoli di amici, secondo le sue stesse intenzioni programmatiche. Le sue opere da lui definite azioni da tavolo mettono in relazione diversi materiali, disposti su di un tavolo, con il corpo umano e con lo spazio circostante.

Nelle sue azioni si infligge ferite e mutilazioni, spesso fotografato ricoperto di garze realizza un impianto fortemente simbolico verso una società muta e sorda nei confronti dell’indi-viduo. Emblematica, in questo senso, “Azione n. 2” in cui c’è la presenza di un pesce squartato, il bendaggio del pene e l’applicazione al pene della testa del pesce: ferita e castrazione.

L’immagine è inquietante e molto forte, Schwarzkogler con l’eliminazione del pene sembra voler perdere l’idea maschile della potenza e a sopprimersi come essere maschile. E ancora, nei suoi lavori, pesci bendati sul suo corpo, tamponi in gola, ferite sanguinanti, teste bendate e sassi, macchie e tubicini e lamette da barba.

Le foto lo ritraggono (lui o Heinz Cibulka, prezioso collaboratore e spesso protagonista delle sue opere, che nel 1965 ha realizzato la maggior parte delle fotoazioni di Schwarzkogler) posto di fianco, in una sorta di soffocamento prodotto dalle bende, steso su quello che sembrerebbe un tavolo anatomico, nella posizione bloccata e sfatta della morte violenta, di chi ha subito violenza, in ambienti anonimi e deserti.

Simula processi di castrazione, di aggressioni sadomasochistiche, travestimenti macabri, utilizza ripetutamente spazi bianchi, una palla bianca, garze bianche, un quadrato di vetro nero, pesci, fili elettrici e materiali chirurgici: materiali che riproducono il gelo l’asetticità del panico, della paura, dell’angoscia, che riproducono la minaccia, la morte, l’aggressione. La sua indifferenza al dolore è un’arma provocatoria verso tutti coloro che assegnano al dolore un valore negativo, e che ritengono la messa in discussione del concetto identità, e la sua inevitabile trasformazione, una perdita. Schwarzkogler mette in evidenza tutta la solitudine e l’alienazione dell’individuo all’interno della società, un autosegregazione, un travestimento crudele che costringe gli spettatori a sintomi di repulsione e malessere di fronte ad un fuoriuscito dalla società, un uomo solo, disperato, malato, che esibisce un dolore mentale e corporale. Un lavoro fortemente politico quello di Schwarzkogler, ma contemporaneamente fortemente poetico e lirico: “In Schwarzkogler si distingue quell’erotica dolcezza febbrile che si può deriva-re dalla tradizione viennese, dove l’estrema volontà di espressione si eleva fino alla crudeltà erotica, ma viene sempre esteticamen-te superata.” scriverà Hermann Nitsch che definisce il lavoro del suo amico Schwarzkogler apollineo.

II corpo dell’opera di Schwarzkogler è un corpo vivo, di carne e sangue, corpo della vergogna, dei tabù, della paura e della vio-lenza. Oltre ad una serie di concetti verbali Schwarzkogler realizza una parte imponen-te delle sue opere come fotosequenze statiche: non è tanto importante l’azione, per Schwarzkogler, quanto la fotografia in cui vengono simulati tutti i processi di attivazio-ne del meccanismo di rivolta violenta: castrazione, travestitismo, morte. Luoghi cli-nici e sterili fanno da sfondo alle riprese “fisse” di un corpo martoriato e violentato, una rigida serie di sequenze registrano la maniacale e ripetuta scelta di oggetti ed ele-menti familiari trasformati in materiali ed oggetti estranianti, è ripresa l’iconografia privata di un uomo perseguitato, accusato, torturato da cui si pretende la sottomissione: un essere segregato innanzitutto nella propria corporeità, che si configura come una prigione organica, vivente, disumanizzata dalle violenze a cui è sottoposto. Istinto, psi-cosi, nevrosi si mettono in scena sfuggendo all’annientamento individuale attraverso una violenza autoinflitta che spiazza le bru-tali imposizioni esterne.

Oltre il limite, fuori dal confine, dentro l’oltraggio morale, sessuale, identitario, sociale, Schwarzkogler col suo corpo bendato e violato, mostra perquisizione ed autolesionismo, alterazione e sadomasochismo, e marca indelebilmente la distanza con gli spettatori. L’aggressione poetica di Schwarzkogler ha fortemente inciso nelle vicende artistiche di questo fine millennio di mutazioni, la sua immagine sanguinante e la sua nudità esposta hanno saputo interagire con le tensioni e le poetiche ad alto rischio di questi anni, riuscendo ad individuare le corporeità e le alterità di una nuova dimensione umana capace di scegliere le proprie identità.

 

Francesca Alfano Miglietti

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